Il Berretto a Sonagli al Nest

di Giulio Baffi

Questo articolo è stato pubblicato su Repubblica il 23 novembre 2019

La “birritta” pirandelliana, con i suoi “ciancineddi” risuonanti per insopportabile svillaneggiamento, diventata poi metaforico “berretto a sonagli”, approdato in fine alla geniale rilettura di Eduardo De Filippo che se la calzò in capo fino alla sua ultima apparizione napoletana nell’ormai lontano 1979, torna a mostrarsi, ombra inquietante per fascino di scrittura e rappresentazione, sul palcoscenico del Nest.

Qui Giuseppe Miale di Mauro mette in scena “Il berretto a sonagli ‘a nomme ‘e Dio” per i suoi attenti ed intenti compagni di lavoro, Adriano Pantaleo, Giuseppe Gaudino, Valentina Acca e Mario Cangiano. È una “rilettura”, ovvero un adattamento della commedia bella del 1916, infedele e rispettosa per essere portata in un “senza tempo” contemporaneo ed in una terra più vicina. Forse è Napoli, ma più probabilmente è una piccola città di provincia nelle vicinanze, il luogo in cui la scrittura di Francesco Niccolini trascina personaggi, azioni e scontro tra comportamenti e apparenze, tra logiche stringenti e follia necessaria a risistemare le cose in modo tale da non ferire le regole della borghesia che preferisce non vedere per non dover sapere.

Perché lo scrivano Ciampa è forse complice del tradimento della moglie in intesa di sesso con il principale/padrone, Beatrice non è la moglie/vittima come si converrebbe ma alza il capo a tessere trame di smascheramento, la Saracena non è soltanto complice e mezzana ma anche pettegola organizzatrice di ingannevoli impicci.

E via dicendo per uno spettacolo molto noto, che qui cerca di mantenere il suo sapore lontano, le logiche delle complicità maschili, il fascino delle scelte sorprendenti, questo di Miale di Mauro per il Nest, Spettacolo che scardina e rincardina il sistema originario a partire dalla lingua bastarda di un italiano con echi napoletani e siciliani che a volte sembra vezzo e a volte lama. Imprudente e curiosa, la scelta spiazza il pubblico e lo porta in altra temperatura di insofferenza femminile e gelide scelte maschili. Prende forza curiosa, e d’ambigua piacevolezza, la scelta di affidare agli attori sesso mutevole e personalità in somma e/o sottrazione.

Così, tranne che per la Beatrice di Valentina Acca in cerca d’insofferenti soluzioni di rottura, ognuno degli altri tre muta abito e voce, personalità e comportamenti, usurpando ognuno lo spazio agli altri, uomini o donne che siano, perché per tutti deve ben valere la ferrea necessità della menzogna risistematrice, apparenza che costringe la donna ed essere sempre e comunque vittima. Proiezioni in avanti di quel che Pirandello  certo non aveva pensato o scritto, ma eresia possibile per tentativi di scelte che il pubblico probabilmente accetta volentieri. Rimanendo forse più spiazzato dal finale che trascina il gioco crudele e bugiardo nella realtà drammatica e forte della poesia di Alda Merini che fu rinchiusa e stanca, ma mai domata. La scena di Luigi Ferrigno fissa tutto in uno spazio di “pupi” ritrovati, illuminati per contrasti aggressivi dalle luci di Paco Summonte, i costumi sono di Giovanna Napolitano, le musiche di Flo. Si replica ancora questa sera e domani.