IN FLAGRANTE DELICTO
Gesualdo da Venosa, principe dei musici  

ideazione e regia Roberto Aldorasi
di Francesco Niccolini
con Marcello Prayer
musica Alessandro Grego
suono Carmine Minichiello
luce Danilo Facco
organizzazione Rosy Tranfaglia
foto Manuela Giusto 

produzione Compagnia della Luna | Occupazioni Insolite | Napoli Teatro Festival

 

«Essendo pervenuta notizia che ieri, 26 ottobre 1590, in casa dell'illustrissimo don Carlo Gesualdo principe di Venosa, sita in San Domenico Maggiore, Napoli, è stata ammazzata  donna  Maria d'Avalos, moglie del detto Carlo, e l'illustrissimo Fabrizio Carafa, duca d'Andria, io, Regio Consigliere e Giudice Criminale del Viceré di Napoli, oggi - 27 ottobre 1590 - conferitomi in casa di detto Carlo Gesualdo e pervenuto nell'appartamento superiore, nell'ultima camera, trovai morto, disteso in terra, don Fabrizio Carafa, duca d'Andria.»

Inizia così questo lavoro di ricostruzione e ricerca, di verità storica e riproposizione poetica, fra storia, mito e leggenda sulle tracce di Gesualdo da Venosa. Il tentativo di sottrarre all’oblio un personaggio dall’ombra inquietante, pieno di contraddizioni e turbamenti e un tempo, quello tra fine Cinquecento e inizio Seicento, cupo e violento, eppure ricco di scoperte rivoluzionarie. E, come in un quadro di Caravaggio, tra luce e ombra provare a ricostruire il mosaico: la vita, l’epoca, i sentimenti, la religione, la colpa, il dovere, la forma e la musica. Come in un madrigale, tessere la trama delle mille voci della mente di Gesualdo, la polifonia dissonante della sua coscienza e delle sue passioni, della sua indole e dei suoi doveri, delle sue composizioni sublimi e dei suoi delitti, esplorando il confine tra narrazione e teatro drammatico proprio come, all’inizio del Seicento, la composizione musicale oscillava tra polifonia e monodia, tra la pittura musicale dei testi e la nascita del melodramma. Lo spettatore di In flagrante delicto è immerso in una camera d’ascolto disegnata con cinque diffusori che compongono uno spazio acustico dinamico e intermediale: la drammaturgia delle voci, dei suoni e delle musiche dello spettacolo genera e trasforma ambienti, in un movimento continuo gestito dalla regia del suono e, tramite gli impulsi vocali, dall’attore stesso.

 

“Niccolini tra storia e leggenda"
Teatro e Critica

Unire storia e leggenda, fondere narrazione e teatro non è impresa semplice seppure negli ultimi anni provata più volte sui palcoscenici nazionali, più o meno importanti che siano. In scena al Teatro dell’Orologio, nell’ambito della stagione di Dominio Pubblico, è andato in scena un lavoro che ha tentato questa impresa risalendo la china del tempo per arrivare sino all’incrocio di rinascimento, manierismo e barocco. In Flagrante Delicto  – il principe, la sposa, il musico e l’assassino è il titolo di uno spettacolo presentato da Fattore K, che nasce dalla collaborazione tra Francesco Niccolini – autore che ha molto collaborato con Marco Paolini – Roberto Aldorasi e Alessandro Grego, rispettivamente autore del testo, regista e responsabile della parte musicale e sonora. La vicenda narrata è quella di Carlo Gesualdo, signore del feudo omonimo, nobiluomo di antichissima stirpe e principe di Venosa. Alla fine del cinquecento sposa la cugina, Maria d’Avalos e da lei riceverà il primo dei suoi eredi, Emanuele. Dopo aver scoperto che lo tradiva con Fabrizio Carafa, duca di Andria, Gesualdo ammazza la moglie e il suo amante in un attentato consumatosi nel talamo dell’adulterio. Per proteggersi dalle possibili vendette delle famiglie degli assassinati si ritira nel feudo e viene allontanato dal figlio. Successivamente sposa a Ferrara Eleonora d’Este da cui avrà un altro figlio, ma vivrà in città solo per un breve periodo durante il quale il suo principale interesse si riverserà nella composizione di madrigali, e nella crescente produzione e sperimentazione musicale. Tornato a Gesualdo, in perenne tormento, afflitto da un senso quasi di inadattabilità alla vita comincia a chiudersi in un mondo fatto di isolamento, melodia, religiosità sofferente e traviamento dell’animo. Quando la moglie lo raggiunge e caccia dal castello Aurelia d’Errico, amante del Principe passata al secolo come strega, la sventura sembra abbattersi sul protagonista definitivamente: perderà prima il figlio minore avuto da Eleonora a causa di una malattia inspiegabile e poi il più grande con cui nel frattempo si era riconciliato. Dopo quest’ennesimo dolore muore, a distanza di qualche mese.
La vicenda, abbastanza complessa, è  prima di tutto episodio storico e la sua trasposizione scenica viene pensata su scala narrativa. Un monologo che alla presenza dell’attore, il bravissimo Marcello Prayer, demanda la responsabilità della conduzione intera della performance non solo perché egli è unica voce a condurre il racconto e i personaggi, ma perché la sua presenza si fa unica entità corporea in scena. Scena nuda quella che ci si presenta –  solo una sedia vi campeggia,  spostata a seconda dell’evolversi drammatico – ma non spoglia. Tutto l’impianto della visione si gioca nella dinamicità delle luci, che sia essa spaziale, tonale o cromatica. Il corpo dell’interprete si fa materia nel solco fra luce e oscurità, riflesso e intuizione del bagliore. La voce, tono profondo suadente come il buio, diventa parola ed evolve di significato, in una zona di confine tra suono e ultrasuono, emissione ed eco, verbo e melodia. La composizione del testo funziona come un orologio e si badi bene che con questo non si intende solo la funzione della sua efficacia scenic,a ma si guarda esattamente all’accezione cronologica. L’uso del linguaggio, storicizzato e serrato, anch’esso corporale, serve a dare impianto all’allestimento intero e costruisce il contesto attraverso la sua pronuncia. La componente sonora, dal canto suo, dovrebbe essere parte integrante di questo processo, definire il profilo di un personaggio che nella musica trova rifugio al senso di colpa, all’inadeguatezza, all’insofferenza dello spirito; rimane come discreta presenza e la sua efficacia è nella parola più di quanto non sia nell’ascolto. Alla fine della rappresentazione, uscendo, una signora sentenzia «Non è teatro, è teatro da camera!». Senza entrare nel merito del questione, ci limiteremo a constatare che preferiremmo mille camere di questo teatro a molte delle gratuità che spesso altro tipo di teatro ci sottopone.

Marianna Masselli