GRAMSCI
Antonio detto Nino

di Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno
con Fabrizio Saccomanno
consulenza scientifica Maria Luisa Righi, Fondazione Gramsci
con la collaborazione di Carcere di Turi (Bari), Festival Collinarea (Lari), L'arboreto - Teatro Dimora di Mondaino, I cantieri dell'Immaginario - L'Aquila, Thalassia - Residenza Memoria migrante di Mesagne distribuzione Thalassia  

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«...ero un combattente che non ha avuto fortuna nella lotta immediata, e i combattenti non possono e non devono essere compianti, quando essi hanno lottato non perché costretti, ma perché così hanno essi stessi voluto consapevolmente»

Antonio Gramsci  

Gobbo. Alto meno di un metro e cinquanta. Una bara sotto il letto. Appeso a una trave nel tentativo di raddrizzarlo. Denutrito. Sempre al freddo. Il primo cappotto quasi a trent'anni. Dieci anni in carcere. Cinque giorni di libertà prima di morire. Gramsci racconta frammenti della vita di uno degli uomini più preziosi del Novecento.  Vita assolutamente privata: sullo sfondo, e solo sullo sfondo, il tormentoso rapporto con il PCI e l'internazionale socialista, le incomprensioni con Togliatti e Stalin. E l'ombra di Benito Mussolini. In primo piano invece la feroce sofferenza di un uomo che il fascismo vuole spezzare scientificamente, che vive una disperata solitudine, e in dieci anni di prigionia, giorno dopo giorno, si spegne nel dolore e nell'assenza delle persone che ama: la moglie Julka, i figli Delio e Giuliano. Il primo lo ha visto piccolissimo, il secondo non lo ha nemmeno mai conosciuto. 

Proprio le bellissime lettere del riccio, sono state il punto di partenza: queste tenerissime epistole per i due bimbi, ai quali Gramsci scrive senza mai nominare il carcere e la sua condizioni fisica e psichica, dando il meglio di sé come uomo genitore e pedagogo. Ma accanto a queste, le lettere di un figlio devoto a una madre anziana che lo aspetta in Sardegna e non capisce. Le lettere di un fratello. Di un marito. Il corpus delle lettere di Antonio Gramsci ai familiari è un capolavoro di umanità, etica, onestà spirituale e sofferenza, un romanzo nel romanzo, che apre a pensieri, dubbi, misteri che raccontare in teatro è avventura sorprendente. 

 

Cappotto nero, martello e poster: Saccomanno porta in scena Gramsci

«È già alzato il sipario all'entrata del pubblico in sala. La scena è quasi del tutto vuota, la riempiono una sedia ed una pedana in legno. Inizia lo spettacolo con Fabrizio Saccomanno che si presenta con un cappotto nero, in mano un martello e un poster di Antonio Gramsci che verrà poi inchiodato alla pedana. Saccomanno si impersona nel fondatore del Partito Comunista Italiano e con tonalità soffusa della voce comincia seduto a raccontarne la vita, fino a quando verrà arrestato nel novembre del 1926. Da questo momento in poi cambia registro il monologo “Gramsci Antonio detto Nino” di cui l'attore pugliese è anche il regista, insieme a Francesco Niccolini.
Oltre alla figura del politico rivoluzionario, del filosofo, del lucido intellettuale che si batte per una società senza sfruttati, una recitazione convulsa ci svela il Nino di quelle lettere dal carcere che lui considerò - a fronte di una detenzione devastante - una sana ginnastica per la mente. Delle missive spedite alla moglie Julia, alla cognata Tatiana e alla mamma in Sardegna, Saccomanno ne tirerà fuori dall’interno del cappotto un bel pugno (rimarranno a terra come delle specie di reliquie) per tracciare una drammaturgia in cui man mano che la salute del detenuto diventa più cagionale si fa forte una voglia di resistenza. Si capisce che il Gramsci dell'epistolario mette allo scoperto sentimenti privati e pensieri di interesse collettivo, i quali si fondono in una scrittura che sulla scena Saccomanno l’assimila dentro per metterla al servizio di una prova di attore superba e commovente. Il suo Gramsci è «la parabola di un uomo disperatamente solo eppure incredibilmente sereno», di un martire della cultura italiana morto a quarantasei anni nel 1937, di una mente eccellente che dal chiuso di una cella riesce ad essere anima per chi sta fuori.
Nel finale dello spettacolo - presentato a Varese nell'ambito della rassegna “Pensiero in scena. La filosofia a teatro” - smessi i panni del personaggio, Saccomanno si chiede (domanda al pubblico) dove è possibile ritrovare oggi tracce del pensiero gramsciano. Non c’è una risposta, anzi la tira fuori da quella novella dell’uomo caduto nel pozzo del francese Lucien Jean. Gramsci la racconta in una lettera del giugno 1932 alla moglie e la eleva a lezione per l’uomo disperato, il quale potrà salvarsi, tirarsi dai cunicoli del vivere solo se farà affidamento sulle proprie forze»

Ciro Manzolillo, Il Mattino